Giovanni Arpino e la “felicità estetica” del secondo dopoguerra

Sonnecchiare sotto il pino in cima alla collina, dopo avere mangiato e bevuto; la città, giù in fondo, riposa placidamente; le nuvole disegnano nel cielo; la più grande copre il sole e spruzza un po’ di pioggia prima di disperdersi; intanto le donne sciacquano i panni nel ruscello e i pensieri vagano senza meta, sconnessi, sospinti dal vento tiepido di primavera. L’ozio, l’inerzia soddisfatta di questa scena, riassumono l’idea di felicità del giovane protagonista nel primo romanzo di Giovanni Arpino.

Appena ventitreenne, lo scrittore piemontese lasciò Torino dopo essersi laureto in Lettere per trasferirsi in una modesta pensione in via Prè a Genova, dove decise di scrivere Sei stato felice, Giovanni. In quei mesi regalò al protagonista il suo nome e le suggestioni ricavate durante il soggiorno nella città ligure.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino- Fonte: doppiozero.com

Giovanni Arpino e la rottura con il neorealismo

Quando il testo, spedito all’Einaudi nel 1951, finì tra le mani di Vittorini, convinse l’allora direttore della collana “I Gettoni” sulla necessità di pubblicarlo al più presto. A colpire e convincere Vittorini furono l’abilità impressionante con la quale il giovane autore maneggiava la lingua italiana e la capacità di raccontare una città vera, delle persone vere senza ricorrere al trucco delle reminiscenze cinematografiche, di cui altri autori abusavano. Nel suo primo romanzo Arpino riuscì a trattare in maniera armonica una materia composita. Dimostrò enorme sensibilità nel decifrare i segni che venivano dall’attualità, rivelando un radicamento totale nella sua generazione, la gioventù del secondo dopoguerra.

I critici osservarono e analizzarono il romanzo dal punto di vista neorealista perché all’epoca era quello l’impianto ideologico e stilistico di riferimento. Ne rimasero spiazzati. Perché il suo lirismo pittorico, la narrazione antipsicologica, l’esaltazione della giovinezza fine a se stessa, incosciente e beata, incarnavano sentimenti opposti a quelli cui letteratura neorealista si era aggrappata nel dopoguerra. I critici erano accecati dalla necessità della denuncia sociale. Dall’obbligo di raccontare la guerra partigiana, lo smarrimento vissuto dagli intellettuali durante e subito dopo il conflitto, l’abominio dei campi di sterminio e la frattura insanabile tra nord e sud Italia. Preconcetti e pregiudizi impedirono il riconoscimento dell’innovazione introdotta da Arpino. Un nuovo modo di osservare la vita, senza desiderio di denuncia o di attacco, mosso unicamente dalla voglia di raccontarla.

Il suo grande talento, confermato nei lavori successivi, risiedeva nella sensibilità epidermica con la quale riusciva a cogliere le sfaccettature più nascoste della realtà. Una facoltà innata, così penetrante da conferire alle vicende e ai personaggi delle sue opere il dono di contenere e riassumere denunce e polemiche implicite.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino – fonte: lastampa.it

La ricerca della “felicità estetica”

Forse la chiave di volta per spiegare fino in fondo l’essenza del personaggio ideato da Giovanni Arpino sta in un dettaglio appena sfiorato nel corso della storia. Giovanni, trasfigurazione dell’autore, è un reduce di guerra. Partendo da questa considerazione, la voglia di vivere senza pensieri che abita Giovanni è la stessa che alberga nei cuori degli italiani, desiderosi di scacciare il ricordo delle atrocità e delle distruzioni subite durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.

Al desiderio di spensierata libertà si aggiunge il senso dell’avventura connaturato alla giovinezza, ed ecco che Giovanni vivacchia, vagabonda per le viuzze di Genova tra marinai, prostitute e vagabondi,  con la leggerezza incosciente dei suoi pochi anni. La responsabilità diventa la pena inflitta a chi oltrepassa la giovinezza. E allore cerca una “felicità estetica” che si raggiunge appagando i sensi.
Ecco perché i sui luoghi preferiti sono le osterie, i ristoranti, i bar in cui fiondarsi appena ha in tasca un po’ di soldi. Giovanni ha sempre fame, ama bere e perdersi in chiacchiere alticce con gli amici. Poi ci sono le donne, di cui si innamora subito, alle quali non chiede altro che giacere nel letto dell’albergo in cui risiede, e sulle quali non si fa scrupoli nel menar le mani.   

La spensieratezza è la gioia di non pensare. Ne è talmente convinto che sul da farsi per vivere, sul dove andare, ci vuol arrivare senza fatica, quasi senza accorgersi. La coscienza è un tarlo che rovina la beatitudine dell’ozio. L’obbligo di dover essere qualcuno, di farsi una posizione sono contrari all’avventura. Meglio vivere alla giornata, reinventarsi ad ogni sorgere del sole, senza aspettative,  senza progetti. Usare l’espediente per reagire alla povertà, evitando consolazioni nelle credenze politiche e religiose. Arrangiarsi diventa un’arte.

Stufo di scrivere con la vernice le iniziali del suo datore di lavoro sulle cassette della frutta, si unisce ai suoi due compari, Mario e Mangiabuchi, per guadagnare un po’ di soldi vendendo bibite e frutta durante una gara ciclistica. L’esito è disastroso. Un furgone in retromarcia colpisce il carretto; il contenuto finisce in frantumi sulla strada. Niente soldi ma solo debiti verso chi ha prestato la merce. I morsi della fame si fanno sentire e Giovanni ha un’idea. I tre sfortunati si siedono in osteria dove mangiano e non pagano. Così diventano facce da ricordare, a cui non concedere più credito e da cui guardarsi. Finiscono in una cantina a mangiare un gatto di strada e le rane di Mangiabuchi. 

Stanco d’essere oppresso da debitori e stenti, Giovanni si fa assoldare da una banda di contrabbandieri per sbarcare stecche di sigarette. Guadagna un bel gruzzolo che gli consente di far la bella vita, di pagare i debiti e di godersela con Maria, da cui sarà scacciato per mancanza di ambizioni e soldi. E allora rimettersi in viaggio, verso non si sa dove, è l’unica speranza di riottenere la sua felicità.

Giovanni Arpino
Il sorpasso di Dino Risi

Giovanni come Bruno Cortona: la felicità estetica del Miracolo italiano

L’animo picaresco, la capacità di vivere distaccato e felice nella stessa infelicità, l’arte di improvvisare, l’egotismo che infondo anima Giovanni, ne fanno una versione ringiovanita di Bruno Cortona, il protagonista del film memorabile girato da Dino Risi, “Il Sorpasso”, interpretato da un indimenticabile Vittorio Gassman.Anche lui, come Giovanni, è un pigro che sa essere crudele, prodigo fino allo spreco.

Vittorini riconobbe in Arpino la forza di leggere nell’animo della generazione cui apparteneva, svelando i desideri più nascosti di quei giovani. Ma forse Arpino andò più in là, riconoscendo un desiderio di spensieratezza e di allegria che sarebbe diventato di lì a poco sentimento nazionale. Gli italiani, prostrati dalla dittatura e dalle bombe, si gettarono a capofitto nel benessere del boom economico. Un benessere poi rivelatosi fasullo, gonfiato come una bolla finanziaria. Al manifestarsi del “Miracolo italiano”, tutti si ubriacarono di consumismo provando una felicità estetica artificiosa, assai poco genuina rispetto a quella cercata da Giovanni. L’ubricatura ebbe i suoi feticci come l’acquisto dell’automobile e degli elettrodomestici, le vacanze di massa, le canzonette nei juke box e gli show televisivi. Le persone confidarono nel miracolo, ma il futuro si fece cupo e la generazione di Arpino dovette assistere alla rivolta dei propri figli.

Testo di Michele Lamonaca

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