Greta è la prima portavoce globale dei Creativi Culturali

Nella figura esile di una ragazzina svedese di appena sedici anni, dotata di grinta guerriera nonostante la giovane età, i Creativi Culturali, coloro i quali praticano quotidianamente uno stile di vita ecosostenibile, hanno trovato la persona in grado di perorare e difendere i loro valori nei consessi più prestigiosi e avversi, riuscendo a diffonderli mediaticamente a livello globale.

In poco più di un anno gli appelli e i moniti di Greta Thunberg hanno posto un’attenzione mai vista sulle previsioni scientifiche riguardanti il Riscaldamento Globale. La ragazzina svedese ha mobilitato milioni di ragazzi e si è fatta portavoce delle tante persone sparse per il globo che praticano fermamente i principi di sostenibilità e tutela ambientale. Greta è oramai una figura iconica dell’attivismo ambientalista, attorno alla quale i Creativi Culturali possono finalmente riconoscersi, fare quadrato e combattere con rinnovato vigore la battaglia per salvare il mondo dal triste destino preannunciato dagli scienziati.

Creativi Culturali
Greta Thunberg

I primi a riconoscere e descrivere questo ampio gruppo socio-culturale sono stati due studiosi statunitensi, il sociologo Paul Ray e la psicologa Sherry Anderson. Nel 2000 hanno pubblicato il libro intitolato “I Creativi Culturali”, nel quale hanno descritto per la prima volta una sottocultura ancora nascosta ma in costante crescita.

All’epoca, secondo i loro calcoli, i membri di questa forza rinnovatrice corrispondevano a più di un quarto della popolazione adulta nei paesi dell’Ocse. Nello specifico, 50 milioni di persone negli Stati Uniti e circa 80-90 milioni di persone nell’Occidente Europeo. Li chiamarono “Creativi Culturali” perché stavano davvero creando una nuova cultura, pur rimanendo nascosti, perché tendevano a vedersi come individui isolati, avendo valori differenti rispetto a quelli propinati della cultura di massa.

Secondo le ricerche dei due studiosi, questo gruppo invisibile nasce da una lenta convergenza dei movimenti sociali nati negli anni ’60, come quelli per i diritti civili, quelli pacifisti, femministi e ambientalisti. I giovani di quell’epoca hanno garantito continuità, sintetizzando gradualmente i valori di tutti i movimenti in una visione comune del mondo. Un processo personale di autoeducazione durato circa 10 anni.

I valori chiave di questo movimento sotterraneo riguardano la salvaguardia della sostenibilità ambientale e quindi del pianeta; la tutela delle donne, dei diritti civili e della libertà individuale. A questo si aggiunge un senso di profonda indignazione nei confronti del mondo affaristico che disprezza questi problemi e queste tematiche.

Paul Ray ha più volte sottolineato l’importanza di quelli che al termine delle sue ricerche ha chiamato “valori”, trattandosi di indicatori più profondi, e quindi soggetti ad un cambiamento più lento e meditato rispetto agli atteggiamenti e alle opinioni. Il sociologo ha spiegato come questi valori rappresentino le priorità nella vita dei Creativi Culturali, le basi per ciò che realmente fanno. Il ritratto emerso dai suoi studi mostra individui preoccupati per le generazioni future e il destino del pianeta; utenti moderati della tecnologia, che amano acquistare e creare cibo altamente biologico e prodotti culturali autentici.

Inoltre, indagando questa enorme seppur sommersa comunità, Ray ha scoperto che il “gruppo centrale”, ovvero il 60% dei Creativi Culturali, è composto da donne. Uno zoccolo duro che ha permesso alle preoccupazioni delle donne di acquistare rilevanza pubblica per la prima volta nella storia dell’Occidente. E Greta Thunberg, anagraficamente giovanissima ma dotata di una maturità sorprendente, conferma questa tendenza, incarnando perfettamente i valori descritti dai due studiosi americani.

Del Riscaldamento Globale Greta ha sentito parlare per la prima volta quando aveva nove anni. Interessandosi alla questione ha scoperto che il pianeta Terra stava soffocando a causa delle emissioni di carbonio e gas serra. Così ha intrapreso la sua personale battaglia, riducendo l’impatto ambientale della propria famiglia. Consapevole dei danni prodotti dalla zootecnia, ha convertito i suoi genitori all’alimentazione vegetariana e successivamente a quella vegana. Poi li ha convinti a muoversi in bicicletta e con una macchina elettrica; a non prendere più l’aereo, che emette carbonio più di qualunque altro mezzo di trasporto. Tenendo fede ai suoi valori, lo scorso settembre ha raggiunto il Nuovo Mondo a bordo di un’imbarcazione ad emissione zero, messa a disposizione da Pierre Casiraghi di Monaco, per partecipare al Summit per il clima delle Nazioni Unite e alla Conferenza mondiale sul clima COP25.

A vederla Greta sembra una ragazzina timida, introversa, e invece possiede una determinazione da leader, dovuta alla sindrome di Asperger, che le è stata diagnosticata quando aveva 13 anni e che l’aiuta a vedere con chiarezza la gravità del problema rappresentato dal cambiamento climatico, come ha spiegato lei stessa in un’intervista al Guardian: “Il mio cervello funziona diversamente e per questo io vedo le cose in bianco e nero… O poniamo una fine alle emissioni o non lo facciamo. Non ci sono zone grige quando si tratta di sopravvivere“.

Forte di questo approccio manicheo ha avviato da sola una rivoluzione che come un’onda si è propagata in tutto il mondo, cominciando a demolire la natura di Iperoggetto attribuita al riscaldamento globale dal filosofo Timothy Morton. Grazie alla cocciutaggine e alle parole vibranti di Greta, le dimensioni spazio-temporali del Global Warming non sono più così enormi da impedire all’opinione pubblica internazionale la visione o la percezione diretta del problema.

Creativi Culturali
Incendi in Amazzonia

La rivoluzione di Greta Thunberg ha avuto inizio il 20 agosto del 2018, quando ha deciso di non andare a scuola per piazzarsi davanti alla sede del Parlamento Svedese, armata di cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet” (Sciopero scolastico per il clima), per chiedere al suo governo il rispetto dell’accordo di Parigi sull’emissione di anidride carbonica. É andata avanti fino al giorno delle elezioni governative, dopo di che ha limitato la sua protesta ai soli venerdì.

L’eco mediatica, partendo dalla stampa locale, si è diffusa in maniera capillare, facendo il giro del mondo. Così la piccola svedese ha vissuto un 2019 straordinario, iniziato con la candidatura al Nobel per la Pace e suggellato dalla copertina di dicembre del Time che l’ha celebrata come la persona più influente dell’anno. In mezzo ci sono mesi di fervente attivismo, con il coinvolgimento di milioni di persone.

Dalla sua protesta è nato il movimento studentesco Fridays for Future. Migliaia di ragazzi hanno cominciato a scioperare ogni venerdì, chiedendo “azioni concrete contro i cambiamenti climatici e reclamando il proprio diritto al futuro”. Il movimento è cresciuto in maniera esponenziale, tanto da organizzare, a marzo del 2019, il primo Sciopero Mondiale per il Clima (Global Strike for Future), evento replicato altre tre volte. Secondo gli organizzatori il primo sciopero globale ha coinvolto più di 1,5 milioni di studenti sparsi in 128 nazioni, con cortei organizzati in migliaia di città. Il secondo Sciopero Globale si è tenuto a maggio, registrando gli stessi numeri. Dal 20 al 27 settembre gli organizzatori hanno indetto la Settimana d’Azione per il Clima (Climate Action Week), culminata con il terzo Global Strike for Future che ha contato 2.500 eventi in 163 nazioni, toccando tutti e sette i continenti e registrando oltre 6 milioni di partecipanti. Il quarto Sciopero Globale si è tenuto a novembre. Ha toccato 157 paesi e coinvolto 2 milioni di persone.

Il successo della portavoce dei Creativi Culturali va ricercato nella sua comunicazione breve e diretta, resa più espressiva dal suo volto angelico ma corrucciato. Con queste armi Greta si è trasformata in un’oratrice efficace, affrontando i consessi più prestigiosi del mondo. A dicembre del 2018 ha tenuto il suo primo discorso alla 24a Conferenza delle Parti sul Clima (COP24), in Polonia, dove Greta ha parlato a nome dell’associazione internazionale Global Justice Now. “Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo”, ha ricordato con durezza ai presenti.

Il suo è un linguaggio spicciolo, privo di formalismi. A gennaio del 2019, nella città svizzera di Devos, davanti ai pezzi grossi della politica e dell’economia, intervenuti al Forum Economico Mondiale (World Economic Forum), ha parlato a muso duro: “Non voglio la vostra speranza, voglio che entriate nel panico… La nostra casa brucia. Sull’ambiente abbiamo fallito. Ma non è troppo tardi per agire”. Ad aprile ha bacchettato il Parlamento europeo di Strasburgo, il Senato italiano e i partecipanti alla Giornata Mondiale dedicata alla Terra (World Earth Day), organizzata a Londra.

A settembre, dopo aver manifestato davanti alla Casa Bianca, ha parlato al Congresso Usa:“non voglio che ascoltiate me, ascoltate gli scienziati… Svegliatevi, dovete fare di più”. Nello stesso mese l’attivista è intervenuta al Summit sul clima presso le Nazioni Unite a New York. Intervento passato alle cronache per la sua durezza e per l’occhiataccia riservata a Trump. “Venite da noi giovani per avere speranza. Come osate?”, ha detto la ragazzina, più arrabbiata che mai. “I leader del mondo stanno fallendo… Il messaggio che vogliamo mandare è che ne abbiamo abbastanza”.

Creativi Culturali
Scioglimento dei ghiacciai

Messaggio che dev’essere arrivato forte e chiaro a Ursula von der Leyen. La neopresidentessa della Commissione europea, sull’onda della protesta innescata da Greta, ha ottenuto l’approvazione all’unanimità del suo “Green new deal”, definendolo un obiettivo prioritario per la nuova legislatura, che punta a fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050.

Il progetto dovrà però passare le forche caudine del Consiglio europeo e dell’Europarlamento, incontrando quasi sicuramente l’opposizione di quei paesi la cui economia dipende ancora in larga parte dai combustibili fossili. Ciò dimostra, assieme alle resistenze e ai ritardi delle altre grandi nazioni industrializzate, quanto il cambiamento culturale evocato dal Paul Ray sia ancora lontano dal realizzarsi, sebbene inevitabile, poiché prima o poi i Creativi Culturali faranno massa critica e raggiungeranno il 50% più uno della popolazione mondiale, insediandosi finalmente nei posti di comando.

Partendo da questa certezza, il sociologo statunitense si è chiesto, senza trovare una risposta, se ciò potrà accadere prima che sia troppo tardi.

Nel 2009 Enrico Cheli, docente di Sociologia e Psicologia all’Università di Siena, e il medico e ricercatore Nitamo Montecucco, hanno pubblicato il libro intitolato “I Creativi Culturali”. Un aggiornamento delle ricerche sociologiche internazionali, chiamando in causa lo stesso Paul Ray. Secondo gli studi questa nuova cultura emergente ha registrato una crescita accelerata.
Negli anni ’70 riguardava il 2% della popolazione mondiale; il 25% negli anni ’90. Nel biennio 2005-2007 era diffusa nel 33-35% della popolazione in Italia, Usa, Giappone, Francia e Ungheria. Nel 2011 era stimata attorno al 37-40% della popolazione totale del pianeta. Stiamo parlando di quasi 3 miliardi di persone. Ma i numeri non bastano. Secondo Montecucco, sebbene numerosa, questa forza sociale è “ancora troppo frammentata per influire in modo apprezzabile sulla direzione del nostro futuro globale”. É necessario quindi creare “reti di interconnessione tra le componenti di tale forza” in modo da raggiungere una massa critica di persone “sufficiente a catalizzare l’inizio del worldshift”.

A muoversi in questo senso è il Club of Budapest, associazione internazionale fondata nel 1993 dal filosofo ungherese Ervin László, appoggiata da otto Premi Nobel. Il Club di Budapest sta portando avanti il Progetto Globale 2012-2020, un programma culturale di collaborazione internazionale con l’obiettivo di realizzare una prima massa critica consapevole tra le associazioni di Creativi Culturali. E Greta, assieme al movimento studentesco nato sulle sue esili spalle, potrebbe essere quel fattore sorpresa capace di dare un’ulteriore accelerata a questo processo di cambiamento epocale, vera grande sfida evolutiva del nostro tempo.

Testo di Michele Lamonaca

Riptoduzione riservata

Precedente Under the skin, lo Slow Cinema che ci trasforma in alieni Successivo Parasite e la necessità di abbattere la Macchina