Roma, l’opera purificatrice di Alfonso Cuaron

Tra i film di Cuaron e l’ultima sua creatura, Roma, c’è una differenza abissale, associabile alla necessità del ritorno ad un linguaggio cinematografico aderente alla natura umana e forse anche alla necessità di una ricerca personale.

Il passato recente di Cuaron

Gli stacchi sincopati dei film d’azione hollywoodiani lasciano il posto ai tempi dilatati del piano sequenza. Un taglio netto con il recente passato in cui il regista messicano ha dato alla luce Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini e Gravity. Tre film pensati per il grande pubblico: la terza puntata di una saga fantasy tra le più fortunate e due film di fantascienza, di cui il primo ambientato in un futuro distopico, e il secondo nello spazio, con una simulazione perfetta delle disavventure di una donna astronauta in orbita attorno alla Terra. Una simulazione così perfetta, quest’ultima, da meritarsi 10 candidature all’Oscar e sette statuette. Premi che si sono aggiunti a tutti gli altri vinti in carriera da Cuaron.

Alfonso Cuaron
Gravity – Fonte: tvzap.kataweb.it

Il passaggio da questi campioni del botteghino a un film dichiaratamente autoriale e intimista viene annunciato con la scena di apertura. Un’inquadratura lunga (long take) dell’acqua schiumosa che va su è giù a terra sulle mattonelle, mentre i rumori di fondo confermano che qualcuno sta lavando il pavimento. L’acqua come simbolo di vita, di morte e di iniziazione richiama alla mente l’atto di purificazione dall’eccessivo tecnicismo a cui Cuaron ha sottoposto la regia del suo ultimo lavoro.

Una scelta stilistica funzionale alla necessità di recuperare la poetica del cinema d’autore d’ispirazione europea in cui, tra gli altri, sono evidenti i rimandi al neorealismo italiano, scuola di riferimento per chi ha ancora voglia di raccontare i conflitti sociali. Che è ciò che ha fatto il regista messicano, raccontando un momento storico della sua nazione in cui una protesta pacifica degli studenti venne repressa in un bagno di sangue.

Un film neorealista

Scritto, diretto e fotografato da Alfonso Cuaron, Roma è girato in un elegantissimo bianconero ed è ambientato tra la fine del 1970 e la prima metà del 1971. L’assenza di colore è un altra evidente linea di demarcazione tra il passato più recente e il presente attuale del regista messicano. In questo modo cerca e ottiene un ulteriore elemento di realismo, raggiunto in via definitiva sfruttando a pieno la coincidenza tra tempo reale e tempo della narrazione del piano sequenza.

Ciò consente a Cuaron di catturare con perfetta sincronia le contraddizioni della società messicana, in cui affetti e vicinanza originati dalla condivisione degli stessi spazi non bastano a colmare l’enorme divario tra padroni e servi. A questo si aggiunge un senso raffinatissimo della composizione, che nei momenti più drammatici riunisce i personaggi con lo stile rinascimentale delle opere a tema religioso

La vicenda si svolge nel quartiere Roma, abitato dalla borghesia medio-alta di Città del Messico, dove Cuaron è nato. Antonio, medico affermato, e sua moglie Sofia, padrona di casa dedita alla cura dei loro quattro figli nonostante una laurea in biochimica, abitano in una palazzina signorile. Assieme a loro vive la domestica Cleo, un’india mite e generosa, amata dai bambini come una sorella maggiore.

In questo affresco sociologico, la vita umile di Cleo s’intreccia con la crisi matrimoniale di Sofia e Antonio, e con il massacro degli studenti avvenuto il 10 giugno del 1971 sempre a Città del Messico. Durante l’intero film, il realismo scelto da Cuaron consente alle scene – in cui la macchina da presa compie movimenti morbidi ed eleganti sul proprio asse come un occhio che scruta la quotidianità – di mostrare con naturalezza l’incoerenza di un sistema sociale fondato sulle differenze tra classi alla stregua delle comunità divise in caste.

Alfonso Cuaron
Roma – Alfonso Cuaron – Fonte: cinefacts.it

Da una parte ci sono le nevrosi e i capricci della borghesia benestante e dall’altra le aspirazioni ridotte al lumicino e il tenore di vita modesto delle domestiche, dei braccianti e degli operai. Antonio abbandona la famiglia perché si è invaghito di una ragazza molto più giovane di lui. Sonia sente il mondo che gli crolla addosso. Ha paura per sé e per i suoi figli, perché l’opulenza in cui hanno sempre vissuto adesso è a rischio.

Dall’altra parte c’è il dramma di Cleo. La ragazza scopre nel padre della bambina che porta in grembo e che la rifiuta, un assassino a sangue freddo arruolato in quel gruppo paramilitare di estrema destra, braccio armato del governo, a cui vine affidato il compito di reprimere nel sangue la protesta civile degli studenti e dei membri delle organizzazioni sociali scesi in piazza per commemorare un altro massacro avvenuto tre anni prima, e per chiedere giustizia ed uguaglianza sociale. Le strade si riempiono di morti e Cloe partorisce una bambina senza vita.

L’opera purificatrice

Sonia decide di sfuggire al fallimento del suo matrimonio e al marito che torna a casa per prendere le sue cose. Si porta dietro Cleo, sempre colma di premure e attenzioni disinteressate per i suoi padroncini, nonostante il dramma personale appena vissuto. La compagnia si rifugia nella fattoria di amici altolocati dove passare le feste Natalizie. I ricchi bevono champagne e mangiano primizie d’ogni genere, mentre la servitù festeggia con quel poco che ha nei sotterranei della fazenda come fossero topi in cantina.

La fuga di Sonia prosegue con una gita al mare durante la quale Cleo, mostrando un coraggio da leonessa, pur non sapendo nuotare, salva due dei sui piccoli protetti dalle onde dell’oceano. La tragedia sventata ha un effetto catartico. Il lungo e intenso abbraccio tra Cleo, Sonia e i bambini, ha il potere di liberarli dalle recenti esperienze traumatiche – la perdita di un figlio appena nato, di un marito e di un padre – aiutandoli a trovare la forza necessaria nell’amore reciproco e nella solidarietà femminile. Le barriere sociali sembrano cadere definitivamente. Ma è solo un’illusione. Una volta tornati a casa, la vita riprende come prima. Antonio ha portato via la sua roba. Adesso Sofia e i bambini hanno più spazio per progettare un futuro pieno di avventure e soddisfazioni. Cleo, invece, ha giusto il tempo di raggiungere la sua stanzetta per darsi una sistemata, prima di rimettersi al loro servizio.

Alfonso Cuaron
Alfonso Cuaron

Epilogo inevitabile, perché già scritto dalla Storia, di un’opera in cui Cuaron dimostra d’essere non solo un regista ma un artista vero, meritandosi giustamente il Leone d’Oro al Festival di Venezia. Messo da parte l’uso sincopato in salsa hollywodiana del montaggio classico, mostra tutta la sua sensibilità autoriale con una regia a misura d’uomo.

Rovescia l’immagine stereotipata di regista perfettamente integrato nell’apparato cinematografico dei gringos, per altro desumibile dal suo curriculum, con un atto di purificazione del suo linguaggio. E alla fine, realizza un film di enorme fattura estetica e semantica, stilisticamente e politicamente controcorrente rispetto ai modelli d’intrattenimento tanto apprezzati nella mecca del cinema.

 

Testo di Michele Lamonaca

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