Under the skin, lo Slow Cinema che ci trasforma in alieni

Se siete stanchi dei soliti film, buoni per passare il tempo, e cercate invece l’ebbrezza di un’esperienza non convenzionale che vi faccia arrovellare il gulliver, allora il film di Jonathan Glazer, Under The Skin, fa al caso vostro.

Il regista britannico impiega il linguaggio cinematografico con abilità irrituale adoperando gli artifici dello Slow Cinema. Nelle mani di Glazer, regista e sceneggiatore del film, le armi del Cinema Contemplativo riescono con successo a riprodurre su pellicola l’effetto letterario dello straniamento, così caro al genere fantascientifico cui appartiene la storia di Under the skin, tratta dall’omonimo romanzo di Michel Faber.

Senza mai farsi prendere la mano, Glazer dimostra grande abilità nel maneggiare i principi costitutivi dello Slow Cinema, a cui si deve la riscoperta delle potenzialità espressive insite nella lentezza, e quindi nel riallineamento del tempo cinematografico al tempo reale, attraverso panoramiche flemmatiche e la rinuncia quasi completa al montaggio classico, in nome dell’uso massiccio della tecnica long take e quindi del montaggio interno.

Per modificare la percezione dello spettatore, Glazer ha bisogno di lavorare quasi esclusivamente sulla significazione dell’immagine, dandole assoluta preminenza rispetto alla trama. Perciò scarnifica la storia eliminando l’impianto satirico dell’opera letteraria, che Faber utilizza per condannare senza mezzi termini l’avidità delle multinazionali, la zootecnia, gli allevamenti intensivi e la barbara macellazione degli animali ad uso alimentare.

Under the skin
Under the skin – Fonte: movieplayer.it

Nel romanzo, la protagonista – un’aliena cacciatrice d’uomini – è al soldo di una multinazionale extraterrestre che alleva e mette all’ingrasso la carne umana, vendendola come alimento pregiato. Ma niente di tutto questo è presente nel film. Le informazioni sugli esseri venuti dallo spazio e sui motivi che li hanno spinti a insediarsi sulla Terra sono assenti.

Il film è formalmente divisibile in due parti, separate da un ribaltamento dell’ordine di senso. Nella prima, Glazer ha il merito di spezzare gli automatismi rassicuranti con i quali percepiamo la realtà, arrivando a far combaciare con progressiva efficacia lo sguardo dello spettatore con il punto di vista cinicamente neutro che Laura, l’aliena protagonista, riserva agli esseri umani.

Interpretata da Scarlett Johansson, Laura è una cacciatrice di uomini per conto di alcuni maschi della sua specie. Una specie dalle forme umanoidi, con corpi esili e flessuosi ma scuri come il carbone. Scelta cromatica azzeccata per comunicare la loro estraneità e la loro ostilità rispetto alle forme di vita presenti sul nostro pianeta.

Laura scova le sue prede nei sobborghi di Glasgow e lungo le strade che sfilano nella natura immacolata delle Highlands, a bordo di un furgone bianco, sfruttando la pelle di una bella donna indossata a mo’ di calzamaglia integrale, che ancora conserva le facoltà cognitive della vittima.
La cacciatrice è molto brava nel suo lavoro. Accalappia i maschi usando con perizia l’avvenenza del suo involucro esterno, a cui aggiunge una franchezza disarmante nel dichiararsi attratta dal malcapitato di turno.

L’armamentario comunicativo degli esseri umani, il linguaggio del corpo e quello parlato, nelle sue mani diventano software da utilizzare a comando per il tempo necessario a stabilire il contatto fatale con le prede. Le armi della seduzione azzerano le possibilità di insuccesso, riuscendo a far scattare la trappola mortale con la precisione fulminea di una tagliola.

Under the skin
Under the skin – fonte: quinlan.it

Prima e dopo, in viaggio a bordo del furgone, il volto di Laura è una maschera inespressiva, specchio di una raggelante e totale anaffettività. La missione si conclude ogni volta nella base aliena, che esternamente pare un edificio come tanti altri, ma che al suo interno nasconde la tecnologia necessaria per trattare le prede, messa in scena da Glazer con stile onirico e grande impatto visivo, senza ricorrere a ricercate scenografie ipertecnologiche.

La stanza completamente scura, nella quale gli uomini seguono Laura con la stessa arrendevolezza dei topi che seguono il pifferaio magico, nasconde un pavimento liquido in cui le prede si immergono senza preoccupazione, fino a ritrovarsi intrappolate in una profondità bluastra, senza possibilità di risalita, condannate a perdere la loro consistenza corporea e a trasformarsi in una calzamaglia organica.

Glazer punta a costruire un’esperienza cognitiva oltre che percettiva, in grado di riportare a galla inquietudini e stati d’animo sommersi dalle nebbie della realtà convenzionale. E lo fa con un adattamento della romanzo di Faber tanto dilatato nei tempi quanto sofisticato nell’architettura.
Ne sono un esempio le primissime sequenze che raccontano l’inizializzazione e la sincronizzazione di Laura con le funzioni vitali della pelle che le è stata assegnata. La sua inizializzazione alla corporeità umana parte dalla vista, con una predilezione per il rosso, colore che più di ogni altro riassume a livello simbolico la natura umana, essendo associato alla passione, al desiderio, al pericolo e all’amore. Il rosso è onnipresente nelle scene girate da Glazer, nelle quali è riconoscibile una profonda cura estetica, a volte un po’ ruffiana, attribuibile alla sua lunga carriera di regista per spot pubblicitari e videoclip musicali.

Laura è l’esca perfetta per la trappola ideata con perfida sagacia dagli alieni maschi a danno dei maschi terrestri. Gli esseri venuti dallo spazio hanno compreso quanto sia invincibile la forza esercitata sull’animo umano dalle pulsioni sessuali, peculiarità che evidentemente non appartiene alla loro oscura specie.

L’interpretazione di Scarlett Johansson, bravissima nell’annullare ogni espressione facciale, sostiene a meraviglia gli obiettivi artistici di Glazer, ottenuti con lunghe inquadrature sul suo volto. Lo spettatore subisce l’azzeramento delle proprie sovrastrutture e l’inizializzazione in modalità aliena osservando Laura che a sua volta scruta con espressione vitrea, quasi inanimata, la vita che scorre attorno a sé, immersa nel silenzio del suo furgone. Sono attimi interminabili che conferiscono all’abitacolo terrestre lo status di navicella spaziale, stazionante a migliaia di chilometri d’altezza, da cui è possibile osservare indisturbati la razza umana.

Under the skin – fonte: asylumsfx.com

Riducendo stacchi e movimenti di macchina, ed approssimando il tempo cinematografico a quello reale, Glazer ci allontana dalla nostra natura umana e ci avvicina in maniera sorprendente a quella extraterrestre. Come se fossimo appena arrivati sulla Terra, provenienti da un luogo lontano nel cosmo, osserviamo il comportamento dei nostri simili al cospetto di una donna avvenente, che si finge empatica, un po’ svampita e dotata di una franchezza irresistibile nell’ammettere la propria attrazione verso il malcapitato di turno.

Si rimane ammaliati, inteneriti, difronte allo spettacolo del corteggiamento inscenato dalle prede. Spregiudicatezza o romanticismo, comportano entrambi un linguaggio del corpo, una mimica ed uno uso della parola che rifulgono sullo schermo con primigenia efficacia.

In questa fase del film è in corso un’altra mutazione, che però riguarda la protagonista. Più frequenta la magnificenza della Natura e gli esseri umani a cui cerca di assomigliare e più in Laura diventano vistosi i segni di umanizzazione. Piccoli gesti come l’indugiare difronte allo specchio rivelano un processo di identificazione con le fattezze umane che indossa. L’indifferenza iniziale si trasforma lentamente in una nuova sensibilità. E lo stesso vale, sebbene in misura inferiore, anche per i maschi alieni ai quali è asservita, forse per una comunicazione non verbale, lasciata intuire dagli originalissimi ed efficacissimi effetti sonori ideati da Mica Levi per la colonna sonora.

Il rovesciamento della storia viene scatenato dal volto inguardabile di un uomo-preda affetto da un’orribile deformazione congenita. Nonostante i lineamenti deturpati, quell’essere dall’aspetto ributtante nasconde un’umanità che riesce a rompere definitivamente l’anaffettività raggelante della cacciatrice. Liberata la preda deforme, Laura sfugge ai suoi superiori, abilissimi motociclisti che si lanciano al suo inseguimento in ogni direzione.

L’aliena adesso è diventata la preda dei maschi appartenenti alla sua specie. E, ignorandolo ancora, anche di quelli umani. La sua fuga senza meta la conduce tra le braccia sicure e amorevoli di un uomo gentile. Avvinta dai suoi modi cavallereschi si concede al sesso, ma scopre con orrore l’esistenza dell’organo riproduttivo femminile e l’assoluta intimità della penetrazione, evidentemente sconosciuti alla sua specie. Così fugge ancora, inoltrandosi in un bosco spettrale, dove ad attenderla c’è il suo carnefice.

Undert the skin
Undert the skin – Fonte: imdb.com

A questo punto sembra di assistere a una truce parodia di Cappuccetto Rosso, con l’unica differenza che il colore sanguigno – adesso simbolo del pericolo imminente – è indossato dal lupo cattivo, un boscaiolo inizialmente gentile e premuroso, che vistosi rifiutato dalla fuggiasca si rivela per quello che è, un maniaco sessuale con istinti omicidi.

Si arriva così al finale, anch’esso scomponibile in due parti. Un pezzo di bravura nel quale Glazer rimescola i temi principali del suo film: l’importanza della nostra immagine nel rapporto con noi stessi e con gli altri, e la condizione di subalternità della femmina rispetto al maschio. Nella prima, il boscaiolo famelico insegue e aggredisce Laura, staccandole in parte la muta umana. Sfuggita all’aggressione, Laura si spoglia completamente, svelando il suo aspetto alieno agli occhi ancora animati dell’involucro umano, che si dibattono pieni di terrore, offrendo allo spettatore una scena di horror fantascientifico difficile da dimenticare.

La seconda parte prosegue nel solco dell’horror classico. Laura, in bilico tra la natura aliena e quella umana, viene data alle fiamme dal boscaiolo. Le volute di fumo nero che salgono al cielo e che sembrano tornare giù come fiocchi di neve alludono poeticamente alla caducità e alla ciclicità dell’esistenza che accomuna tutte le forme di vita.

Testo di Michele Lamonaca

Riproduzione riservata 

Precedente Michele Mari, La stiva e l'abisso: siamo le storie che siamo Successivo Greta è la prima portavoce globale dei Creativi Culturali