Vendetta e confusione nel Don Chisciotte di Terry Gilliam

Un’odissea durata venticinque anni per consumare il piatto freddo della vendetta. Ma il risentimento e le elucubrazioni accumulate in tutto questo tempo da Terry Gilliam hanno intaccato la sceneggiatura originaria. Il risultato, L’uomo che uccise Don Chisciotte, è una portata insipida e confusa, che delude le enormi aspettative alimentate in così tanti lustri. L’unico grande merito da riconoscere al regista americano è la cocciutaggine con la quale è riuscito a realizzare il sogno registico di una vita, buttandosi alle spalle traversie di ogni genere.

Don Chisciotte di Terry Gilliam
Lost in La Mancha – Fonte: comingsoon.it

L’odissea del Don Chisciotte di Terry Gilliam

Nel settembre del 2000 Gilliam comincia a girare il suo Don Chisciotte. Contemporaneamente, due suoi giovani aiutanti cominciano le riprese del documentario sulla lavorazione del film, come già avevano fatto con L’esercito delle 12 scimmie. Alla fine, i due videomaker si ritrovano tra le mani Lost in La Mancha, il documentario di un fallimento esemplare, in cui la magia del cinema ripresa oltrepassando la quarta parete viene travolta dalle sventure di portata biblica che si abbattono sulla produzione.

Le difficoltà nel reperire i fondi e nel mettere assieme gli attori del cast sono sciocchezze difronte al nubifragio che si abbatte sulla troupe mentre gira in esterna in una zona desertica a nord di Madrid. Quella delle attrezzature portate via da un fiume di fango è una scena horror indimenticabile anche per i più navigati mestieranti del cinema. Come se non bastasse, al termine della prima settimana, l’attore Jean Rochefort, a cui spetta il ruolo di Don Chisciotte, torna a Parigi debilitato da una prostatite, per poi scoprire la presenza di due ernie al disco.

Quando ormai è evidente l’impossibilità di recuperare l’attore in breve tempo, il progetto salta con conseguenze disastrose. Si scatena la battaglia di carte bollate con le compagnie d’assicurazione, impegnate come loro consuetudine nel rifiutare il risarcimento del danno. Al termine della guerra legale le assicurazioni risarciscono parzialmente gli investitori e si accaparrano i diritti sulla storia.

Gilliam non demorde e nel 2006 riesce a riottenere i diritti della sceneggiatura. Poi, dopo vari tentativi, ottiene un budget di 16 milioni di dollari – la metà esatta rispetto al 2000 – e il 27 febbraio del 2017 comincia finalmente le riprese del suo amatissimo film.

Don Chisciotte di Terry Gilliam
L’uomo che uccise Don Chisciotte – Fonte: comingsoon.it

La vendetta di Gilliam

La sequela di accidenti a cui Gilliam ha tenuto botta non poteva non incidere sulla sua fervidissima immaginazione, trovando spazio nella revisione della sceneggiatura iniziale. Originariamente ispirata al romanzo di Mark Twain, Un americano alla corte di Re Artù, la storia prevedeva per il protagonista Toby Grisoni un salto indietro nel passato, ai tempi di Don Chisciotte.

La nuova versione si svolge invece ai nostri tempi perché è qui che ci sono i veri orchi, le streghe, i mulini a vento e gli incantatori con cui combattere. Gli unici salti temporali proposti da Gilliam sono quelli tra il passato e il presente di Toby, suo alter ego. Tra l’idealismo giovanile che lo portò in Spagna a girare un Don Chisciotte in bianco e nero come tesi di laurea e la sua attuale carriera di regista per i più remunerativi spot pubblicitari. I passaggi tra XXI e XVI secolo sono solo finzione, supportata dai ricchi costumi d’epoca necessari per assecondare le fantasie distorte degli antagonisti, uomini d’affari senza scrupoli.

Tornato sul luogo del delitto per girare uno spot incentrato sull’eroe di Cervantes, Toby scopre che il suo film giovanile non ha portato fortuna agli attori non professionisti all’epoca coinvolti nella lavorazione. La magia del cinema è svanita. Il ciabattino un po’ svampito a cui affidò il ruolo di protagonista, Javier, è completamente impazzito e adesso vaga in sella al suo ronzino credendosi davvero Don Chisciotte. La giovane Angelica, inseguendo il suo sogno di attrice, è finita nelle grinfie di un magnate russo della vodka, altezzoso e violento.

A muovere i fili del cinema sono tecnocrati senza alcuna sensibilità artistica, mossi esclusivamente dall’avidità di denaro. Assecondando la pazzia di Javier, Toby veste i panni di Sancho Panza e affronta una serie di disavventure che lo costringono a fare i conti con un produttore cinico, aiutanti meschini e il borioso magnate russo, che maltratta Angelica con sadismo, riassumendo nel suo personaggio il peggio del businness system.

Grazie alla follia di Javier, Toby guarda con occhi nuovi il mondo dello star system e riconosce i propri errori. Intanto il ciabattino viene messo alla berlina dal magnate russo per il suo divertimento e quello dei suoi ospiti, tutti agghindati in abiti seicenteschi in un maniero affittato per l’occasione. Tra nani e ballerine il povero Don Chisciotte, nella sua ingenuità, è l’unico a dar prova di coraggio e purezza d’animo. Ma in punto di morte, dopo un incidente, rinsavisce recuperando la sua vera identità. Eppure, Don Chisciotte e il suo idealismo non possono morire. E in questi tempi oscuri l’unico modo per impedirlo sta nell’impazzimento. Così Toby prende il posto del suo amico Javier e si allontana verso l’orizzonte infuocato dal tramonto, assecondato dalla sua amata Angelica, che nell’immaginazione impazzita del giovane regista ha preso le sembianze del fido scudiero Sancho Panza.

Don Chisciotte di Terry Gilliam
Terry Gilliam

La confusione di Gilliam

L’interruzione traumatica di un atto sensuale come girare un film dev’essere molto dolorosa.
Gilliam usa il suo Don Chisciotte per rielaborare il lutto. Dietro i personaggi del produttore e del magnate russo sono facilmente riconoscibili le figure dei produttori, dei finanziatori e degli assicuratori che più volte gli hanno messo il bastone tra le ruote.

La condanna dell’industria cinematografica è chiara ma non lo è altrettanto la trama della storia. L’immaginazione di Gilliam fallisce nel tentativo di donarle quel pathos necessario ad intrecciare in maniera armoniosa l’attualità del nostro tempo e la forza letteraria dell’opera di Cervantes.

L’effetto scatola cinese dei salti temporali, reali e scenografici, rende il messaggio ridondante e la trama sconnessa. La scena dei clandestini musulmani che nascondo la loro fede come ai tempi dell’Inquisizione appare del tutto decontestualizzata; viene ancora da chiedersi chi sia lo zingaro senza battute significative che svolge azioni determinanti per lo sviluppo della storia, pur apparendo in pochissime scene.

La visione del film costringe a quel senso di frustrazione che si prova quando lo sforzo di comprendere qualcosa gira a vuoto. Si finisce esausti, con una sensazione di stanchezza che probabilmente è simile a quella provato dal regista americano nel completare l’opera.

Nel cercare la vendetta difficilmente si riesce a trovare giustizia. Il film di Terry Gilliam lo dimostra ampiamente. La critica al sistema affaristico nella quale è costretta la settima arte viene offuscata dalla riscrittura livorosa della sceneggiatura. E Gilliam, perdendo lucidità nella voglia di rivalsa, ha perso l’occasione di girare il suo vero Don Chisciotte.

Testo di Michele Lamonaca

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